Coppa Davis - Anno 2014: l'incredibile ritorno di Roger Federer

Con il successo in Coppa Davis si chiude il cerchio iniziato circa un'anno e mezzo fa: dal disastro del 2013 all'ennesimo nuovo record ritoccato nella storia del tennis. Il ritorno in grande stile di Federer passa da una racchetta, l'orgoglio e un amico-avversario davvero speciale

Ogni tanto mi capita di pensare “cosa scriverò il giorno in cui Roger Federer deciderà di ritirarsi?”. La domanda, francamente, mi mette in difficoltà. Cosa si può scrivere di un atleta la cui bacheca è talmente ampia da contenere gli stessi titoli di una piccola biblioteca comunale? Cosa si può raccontare di un personaggio in grado di essere accolto come l’idolo di casa, come il figlio del lattaio cresciuto dietro l’angolo e adesso famoso, in qualsiasi arena del Pianeta in cui metta piede, sia questa in Brasile o Basilea - a Miami o Shanghai? Come si può andare con le parole oltre i fatti?

E’ per questa ragione che anche oggi, lo confesso, sono un po’ in difficoltà. Dopo il successo in Coppa Davis mi sono ritrovato a gestire la richiesta del mio editore che chiedeva, giustamente, un pezzo celebrativo su Roger Federer. Ed eccomi qui a confessarvi tutti gli imbarazzi del caso; a non sapere nemmeno da dove incominciare.

La logica mi porterebbe all’inizio. E la logica forse, in questi casi, è meglio seguire. Il viaggio di Federer che ha portato lo svizzero a regalarsi l’ultimo tassello che ancora mancava parte da lontano; ben più lontano della pluri-citata telefonata di Melbourne, dal ‘patto’ con Wawrinka stretto a caldo dopo il successo di Stan The Man all’ultimo Australian Open. L’ultima parte di carriera di Federer parte probabilmente un anno e mezzo fa, quando nel silenzio della fresca estate di Gstaad rimbombava tra le montagne del bernese la clamorosa vittoria di tale Daniel Brands al secondo turno del modesto torneo 250 ospitato in città. Il re, a poche settimane dal cocente ko rimediato nel giardino di Wimbledon per mano del modesto Stakhovsky, era caduto di nuovo. Il suo appariva come un grido di dolore per una schiena ormai a pezzi; il suo si palesava anche come un segnale di rifiuto alla contemporaneità, all’adattarsi a tutti costi a quell’enorme e volgare piatto corde da 98 pollici quadrati indispensabile per combattere ad armi pari contro i super-uomini del tennis contemporaneo. Quell’anno, il 2013, si chiuse poi nella più modesta delle maniere: il solito Nadal lo rispediva a casa da quelle più che mai sudate ATP Finals con un impietoso 7-5, 6-3. Il 2013 di Federer si chiudeva con il solo torneo di Halle messo in bacheca: il bottino più misero di sempre. Per molti – tanti – la fine di un regno.

Brisbane, Dubai, Indian Wells, Monte Carlo, Halle, Londra, Toronto, Cincinnati, Shanghai, Basilea, Londra, Lilla. C’è né per tutti i continenti. Ce né per tutti i fusi. Le città indicate sono le tappe delle ri-legittimazione di uno dei più forti giocatori che si siano mai visti su un campo da tennis; i tornei che le ospitano i luoghi dove Roger Federer è arrivato fino in fondo – a volte vincendo, altre no – in questo suo incredibile 2014. Un’annata inaspettata; una risposta da autentico dittatore a chi a 33 anni gli aveva suggerito di abdicare, di pensare ai gemelli. Federer ha chiuso il 2014 con l’86,74% nel rapporto tra match vinti e persi (72-11) e il secondo posto della classifica ATP: meglio di lui solo Novak Djokovic che con l’88,40% (61-8) non a caso si è confermato numero uno di tale ranking. Certo, Federer non vince uno slam dal 2012... Ma a Wimbledon ci è andato vicino come da anni non gli accadeva. E poi è arrivata la Coppa Davis, ed è come se nella carriera dello svizzero si fosse chiuso definitivamente un cerchio.

Tra i tanti tweet che inondavano la timelime nel pomeriggio di domenica uno ha particolarmente attirato la mia attenzione: Roger was the hero, but Stan was the man. Che tradotto perde completamente la sua efficacia - oltre che il gioco di parole con l’ormai noto soprannome di Wawrinka - ma che non trova nulla di più veritiero e riassuntivo. Federer è l’eroe di cui ci ricorderemo, ma Wawrinka è stato l’uomo della tre giorni finale di Davis. Come nelle leggende che si rispettino ogni eroe ha l’uomo di fiducia, l’ombra che lavora alle spalle affinché il prescelto possa compiere il proprio destino… e nel 2014 che ha segnato il grande ritorno di Federer culminato nel successo di Lilla, Stan Wawrinka è stato fido scudiero e scintilla, avversario e amico. Dall’exploit di Melbourne di Stan The Man e il già citato ‘patto di Davis’ alla finale di Monte Carlo, dalla folle semifinale delle ATP Finlas passando per i camerini della O2 Arena fino all’Insalatiera alzata sotto il tetto della stadio Pierre-Mauroy, senza un Wawrinka così Federer non avrebbe probabilmente compiuto – come del resto già fu per l’oro Olimpico di doppio – questo nuovo step della sua carriera.

Un passo che lo porta a raggiungere Laver, Agassi e Nadal. Erano questi gli unici tennisti, prima di domenica, ad aver completato i tornei dello Slam e ad aver vinto la Coppa Davis con la propria nazione. Che il nome di Federer andasse ad affiancarsi a quello del suo più straordinario rivale un atto quasi dovuto dagli dei del tennis. Nell’incredibile checklist dei sogni tennistici che ogni bambino vorrebbe compilare, Roger Federer ha così messo un segno di spunta praticamente ovunque. Monte Carlo e Roma restano gli unici tabù di una carriera infinita, l’oro in singolare alle Olimpiadi con ogni probabilità l’ultimo tentativo – in quel di Rio – prima del ritiro.

Una data e una circostanza ancora lontani e che mi ricordano, con piacere, come il mio problema in fondo possa tranquillamente aspettare.